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Un altro anno è passato

Un altro anno è passato! Un anno colmo di emozioni, di fatica e di progetti realizzati e ancora da realizzare. Abbiamo voluto concludere, sperando diventi una consuetudine natalizia, con la visita di un’altra bella scoperta del patrimonio culturale della nostra Genova: il MEI – Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana. Un museo davvero giovane, nato nel 2022, e risultato dell’opera di riqualificazione della Commenda di Pré. Una realtà museale dinamica e innovativa, che proprio per la sua caratteristica multimediale rappresenta un unicum nel panorama storico nazionale ed internazionale dei musei dell’emigrazione.

Un contesto perfetto, per noi che ogni giorno viaggiamo alla ricerca

di eredi nascosti, a volte lontani, ripercorrendo quelle vecchie rotte dei nostri antenati emigrati alla ricerca di fortuna. La serata è stata anche un’occasione per presentare il nostro ultimo progetto: RAMI.

Rami è una mini serie podcast prodotta da Chora Media che, attraversi la voce della giornalista Francesca Berardi, parla di noi, del nostro mestiere. Un excursus sulla vita del genealogista e delle storie, davvero incredibile, che a volte affrontiamo.

Un bel progetto nato dalla volontà di raccontare un po’ di noi, un viaggio anche questo, alla scoperta del mondo del podcast e dei suoi attori.

Ringraziamo tutti coloro che sono intervenuti:

dal Dott. Pierangelo Campodonico, direttore del MEI, al Presidentedel Consiglio Comunale Carmelo Cassibba per essere stati con noi, allo staff di Chora Media, a

Raffaella Ponte e Francesca Berardi per l’ottimo lavoro e a Federica Cavalleri grande amica di Coutot-Roehrig.

 

 

 

 

Un grazie speciale a tutti coloro che ci hanno onorato con la loro presenza.

Non ci rimane che augurare a tutti voi un felice e lieto Natale e ci vediamo il prossimo anno, con tantissime novità!

Au revoir!

RAMI: un talk che parla di storie, di genealogia, di famiglie ritrovate e di eredità

Martedì 20 dicembre , nella splendida cornice del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, ospitato all’interno della Commenda di San Giovanni di Prè, parleremo di RAMI: quelli che compongono ogni albero genealogico.

Attraverso la ricerca genealogica, il genealogista successorio entra nei meandri più nascosti di ogni famiglia, ne scopre lettere, foto, memorie e ne va a capire i rami, appunto, facendosi portatore del ricongiungimento di passato e presente. Diventando artefice e testimone della meraviglia degli attuali parenti, che spesso, ignorano i loro avi, l’origine della propria dinastia e soprattutto l’eredità.

Al centro di “RAMI – un talk che parla di storie, di genealogia, di famiglie ritrovate e di eredità” ci sono proprio loro, i rami, tanti, intrecciati, che compongono ogni albero genealogico, specchio, con le loro dinamiche intime e private, della storia che scorre.

“L’iniziativa – dichiara Nadia Spatafora – si muove all’interno di un progetto più ampio che intende fare di Coutot-Roehrig un mezzo di divulgazione culturale genovese. Grazie a diverse attività, che comprenderanno anche una collaborazione per il 2023 con il MEI in via di definizione, intendiamo contribuire a far conoscere le tante realtà culturali genovesi, come in questo caso, il bellissimo museo che ci ospita per questo evento. Una realtà che ci sta particolarmente a cuore viste le grandi affinità che ci uniscono”.

Insieme a Nadia Spatafora, legale rappresentante per l’Italia di Coutot-Roehrig, ci saranno Raffaella Ponte, storica e archivista e la giornalista Francesca Berardi.

Un’occasione, in ultimo, per parlare della nuova mini-serie podcast RAMI, prodotta da Chora Media e promossa da Coutot Roehrig, disponibile a partire da mercoledì 21 dicembre sulle piattaforme audio free (Spotify, Apple Podcast, Spreaker, Google Podcasts) con un nuovo episodio ogni giorno fino al 23 dicembre.

Nell’arco delle tre puntate, la giornalista Francesca Berardi, racconterà le storie di diverse eredità e delle relative famiglie. Protagonisti i genealogisti che le hanno ricongiunte. Storie che partono da Genova e da altre città italiane per arrivare, in alcuni casi, a toccare luoghi stranieri, quasi a ripercorrere quelle vecchie rotte dei nostri antenati alla ricerca di fortuna.

 

Ringraziamento da un erede: l’aspetto umano della nostra professione

Abbiamo deciso di dedicare questo spazio ai ringraziamenti più belli, perché il. ringraziamento da un erede ci ricorda sempre l’aspetto umano della nostra professione

“Buongiorno avvocato,

Le comunico di aver ricevuto oggi stesso il bonifico da parte vostra.

Ringrazio Lei e tutta l’équipe per la competenza e l’efficienza dimostrata riguardo alla mia persona e al mio dossier.

Complimenti e buona giornata!”

 

Comunicazioni di questo tipo non sono rare, ma ogni volta ci emozionano eppure ci riportano all’aspetto umano della nostra professione.

Occuparsi di genealogia e di eredità non è solo conoscere la legge e sapersi districare tra gli archivi, ma è soprattutto ricongiungere persone che si erano perse nel tempo o che addirittura non si erano mai conosciute.

Gli incontri con coloro che entreranno in possesso dell’eredità di un lontano parente, spesso iniziano con perplessità o diffidenza, ma si chiudono sempre con riconoscenza e gratitudine.

La signora Carmen: l’eredità di Luisa

Carmen ogni tanto chiude gli occhi.

Non vuole distrazioni per tornare a quelle estati degli anni 30, trascorse alle pendici delle colline torinesi, tra il frinire delle cicale e i rintocchi puntuali delle campane della chiesa del paese.

Quando ci ripensa, si ritrova ancora seduta sul portapacchi della bicicletta della mamma, che cingeva in vita con le braccia abbronzate, divertita dai sobbalzi e dagli scatti in velocità nelle discese, ma soprattutto dagli sguardi d’intesa con Luisa, la sua cuginetta.

Anche lei sistemata sul portapacchi della bici della zia, le faceva la linguaccia a ogni sorpasso, con aria di sfida. Era così che si arrivava al santuario di Don Bosco, con il cesto del picnic e il cuore gonfio di entusiasmo: per Carmen e Luisa, inseparabili, quelle erano le gite più belle e spensierate della loro infanzia.

Poi il tempo compie accelerazioni bizzarre, proprio come quelle biciclette in discesa, e in un attimo Carmen è una donna adulta, incontra l’amore della sua vita, e si trasferisce a Lisbona: inizia una nuova puntata dell’esistenza, quella in cui è sposa e madre felice, e di lì a poco, in un’accelerazione ancor più sorprendente, nonna.

Di Luisa, che a sua volta si è fatta una famiglia ed è rimasta a vivere sulle colline torinesi, ha perso i contatti ma non l’immagine di quello sguardo birichino e delle guance rosse per il caldo.

Carmen morde la vita con lo stesso entusiasmo di quando era bambina: a dispetto degli anni che scorrono veloci, riempie le sue giornate di progetti e sogni, trascorre lunghi periodi in Belgio, dove la figlia si è trasferita una volta sposata, e quando è nel suo appartamento a Lisbona, seduta in poltrona a sfogliare gli album dei ricordi, chiude gli occhi ed è a respirare polvere e risate sulla bicicletta della mamma.

In questa piena e serena esistenza, Carmen non si aspetta di certo una visita di Coutot-Roehrig. I genealogisti la trovano, dopo averla rincorsa per mezza Europa e le comunicano una notizia inattesa: Luisa non c’è più, ha lasciato la vita terrena, e lei risulta tra i suoi legittimi eredi.

Riapre con grande affetto e nostalgia l’album dei ricordi, per recuperare ciò che manca: cosa è successo, dopo gli anni spensierati delle gite al santuario, alla sua amata cuginetta?

Carmen riempie così le pagine bianche, passeggia mano nella mano con i genealogisti di Coutot-Roehrig, immagina Luisa cresciuta, moglie e mamma, ripercorrere quelle strade polverose e assolate degli anni 30.

La sua non è tristezza, ma riconoscenza: scoprirsi eredi, spesso aiuta a chiudere un cerchio affettivo e familiare rimasto tanto tempo in sospeso.

Ora Carmen, quando chiude gli occhi, può vedere la sua Luisa farle ancora la linguaccia, come a dirle: ti ho superato ancora.

 

La canzone di Rodolfo: una storia di amicizia

Era ancora giovane il signor Rodolfo, aveva da poco compiuto i 65 anni, ma sembrava portare sulle spalle ricurve il peso di due vite, sebbene paradossalmente non ne aveva vissuta intensamente nemmeno una.

Cresciuto all’ombra severa di una madre soffocante, Rodolfo passò i primi 30 anni chiuso in un nido irto di spine, totalmente ignaro di quello che succedeva nel mondo; solo alla scomparsa del suo unico punto di riferimento iniziò ad affacciarsi timidamente alla vita, e incontrò lei, Giselle.

Venne letteralmente travolto dalla sua fame di vita, dai suoi occhi verdi che si mangiavano le cose, dalla sua risata che metteva scompiglio e da quelle mani affusolate, piene di anelli, che cercavano le sue.

Un amour fou, per Rodolfo, forse solo un’avventura estiva, per Giselle, che quando lui partì sul treno  per Bordeaux, con quel buffo berretto calato sulla fronte, lo salutò dicendo: adieu.

Non la dimenticò mai, nemmeno quando iniziò a viaggiare per il mondo alla scoperta di quella vita che non riuscì mai, fino in fondo, a comprendere, e nemmeno quando cercò in altre donne le sue amabili carezze.

Giselle gli aveva lasciato un pozzo di ricordi in cui affogare il cuore, insieme a un disco che ascoltò fino allo sfinimento.

Quel tono scanzonato di Fernandel e le parole taglienti di Je me mens, diventarono un abito che Rodolfo indossò fino alla sua morte, perché anche lui, che in maniera scanzonata girava il mondo, alla fine non faceva che mentire a sé stesso, con l’allegria di chi nascondeva un’anima profondamente ferita.

Rientrò definitivamente in Italia, in quella casa all’ultimo piano, divenne sempre più scontroso, introverso, deluso da quel debito di felicità che la vita aveva nei suoi confronti, e iniziò a scrivere di lei, di Giselle, per tenerne vivo il ricordo ed evitare che sbiadisse in quella solitudine.

Michele arrivò alla fine di un’estate interminabile.

Studiava al Politecnico, era originario di Palermo e aveva risposto all’annuncio del pied-à-terre vicino all’Università, quello che Rodolfo aveva avuto in eredità dalla madre.

Gli era piaciuto subito, amava quel fare gentile e poco invadente, era puntuale con le mensilità e di tanto in tanto gli portava una risma di carta per la stampante o una confezione di caffè appena macinato.

Visite brevi, che diventarono appuntamenti fissi e, infine, chiacchierate tra amici: a vederli insieme, in inverno seduti davanti alla grande stufa a legna, e in estate all’ombra del glicine del terrazzo, sarebbero sembrati padre e figlio.

Ma dire chi fosse l’uno e chi l’altro, talvolta era impossibile.

Quel pomeriggio di febbraio furono i vicini del piano di sotto a dire a Michele che Rodolfo era stato portato in ospedale e che, se voleva vederlo, doveva fare presto, perché era sembrato a tutti molto grave.

Michele non fece in tempo, quando arrivò affannato con le gambe che tremavano, una giovane infermiera gli disse solo “Mi dispiace, non ha superato la crisi”.

Rodolfo se ne andò così, da solo, con quel motivo di Fernandel nella testa, gli occhi di Giselle nel cuore, il sole di quell’estate straordinaria sulla pelle.

Coutot-Roehrig individuò i suoi eredi, che nulla sapevano del lontano cugino, ma successe anche un fatto inconsueto: Michele, desideroso di acquistare l’appartamento dove aveva vissuto da giovane studente, contattò gli esperti che avevano curato la successione del signor Rodolfo, e oggi, quel pied-à-terre, è diventato la sua casa.

I tesori, qualche volta, non sono fatti di oggetti preziosi o proprietà prestigiose, ma hanno il sapore dell’amicizia e della gratitudine, e proprio per questo sono ancora più rari.

La storia di Cecilia e il suo violino

I violini possono prestarsi a una folla di sfumature in apparenza inconciliabili. Essi hanno la forza, la leggerezza, la grazia, l’accento triste e gioioso, il sogno e la passione (…). Il violino è la vera voce femminile dell’orchestra, voce passionale e casta allo stesso tempo, straziante e dolce, che piange e grida e si lamenta, o canta e prega e sogna, o esplode in accenti di gioia, come nessuno altro potrebbe fare.
(Hector Berlioz)

I primi giochi di Cecilia furono dei pennelli e una tavolozza di tempere.

Fausto, il padre, cullò per molto tempo il desiderio di trasmetterle la sua arte di stimato pittore, e non demorse nemmeno quando scoprì che la giovane figlia, nelle ore dedicate al cavalletto, fuggiva di soppiatto sul balcone, per ascoltare la vicina di casa suonare il pianoforte.

Si arrese solo quando, dopo anni, la sentì suonare nella piccola orchestra scolastica e capì che Cecilia era una vera artista, come lui, ma che aveva scelto un’altra forma di espressione.

Il primo violino fu un regalo del nonno materno, proveniva dai mastri liutai di Cremona ed era di seconda mano: ma Cecilia, ogni volta che apriva la custodia e sentiva quel profumo di cera e velluto un po’ consumato, si sentiva la bambina più felice del mondo.

Sinfonie, sonate ed esercizi ripetuti all’infinito diventarono per lei un mondo irresistibile dove rifugiarsi ogni giorno: non si può certo dire che Cecilia fosse una bambina prodigio, ma sicuramente crebbe virtuosa e appassionata, fino a diventare una musicista professionista.

Dedicò la sua vita all’orchestra in cui suonava, senza mai sposarsi, e immolandosi totalmente al suo primo e unico amore: il violino.

Cecilia si spense in età avanzata, tra i suoi spartiti e i quadri di suo padre che la ritraevano, ancora bambina, alle prese con le sue prime esibizioni: lo sguardo enigmatico, il volto rilassato e quell’espressione tra il divertito e il pensieroso.

Si dice che mentre la Gioconda posava nello studio di Leonardo, per tutto il tempo vi fosse musica per archi e che il suo celebre sorriso fosse, alla fine, un riflesso del suono di quelle melodie.

Forse Fausto riuscì a cogliere l’estasi artistica della figlia, o molto più semplicemente cercò, a suo modo, di esprimerne il talento, seppure ancora acerbo.

Gli eredi di Cecilia, rintracciati da Coutot-Roehrig, ricordano di quell’uomo gli amabili tratti e il carattere gioviale, ma è della violinista che serberanno per sempre quell’immagine elegante e armoniosa.

 

Diana la fotografa di Venezia

«Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere».

Robert Doisneau

Zio Mario la faceva sedere distante, in modo che non lo disturbasse nella fase più delicata del suo lavoro, quando il vetro iniziava a prendere forma e occorreva essere veloci, forgiare senza esitazione.

Diana osservava in silenzio, con pazienza, sapendo che subito dopo sarebbe stata premiata con una piccola murrina colorata.

Forse la passione di guardare il mondo attraverso una lente nacque proprio in quei pomeriggi a Murano, nell’antica bottega dello zio, dove avvenivano due magie: quella della creazione di piccoli capolavori, e quella di osservare il cielo, i canali, le gondole che li attraversavano scivolando leggere e i volti delle persone che camminavano nelle calli incassate tra i palazzi, provando una rassicurante gentilezza.

La scoperta della prima macchina fotografica fu per Diana come arrivare in una terra inesplorata, con l’entusiasmo di avanzare coraggiosamente in sentieri non ancora tracciati o percorsi da pochi e fortunati eletti.

Non le bastarono più le murrine dello zio Mario: il mondo vero e gentile che desiderava osservare, poteva essere catturato e mostrato a tutti, quale prova inconfutabile che davvero esisteva.

Iniziò a frequentare lo studio del signor Alvise, un caro amico del padre, che le spiegò come la rifrazione della luce nelle pozzanghere poteva disegnare il volo dei piccioni con estrema grazia, o come il sorriso estasiato dei turisti in Piazza San Marco potesse illuminare la più buia delle giornate.

A Diana piaceva scovare le emozioni dove sembrava non ve ne fossero e il suo sguardo su Venezia e sulle persone aveva il sapore di un sogno magnifico, di quelli che si portano addosso anche da svegli, perché fanno sentire bene.

L’allieva superò il maestro, sviluppando uno stile originale, innovativo ma estremamente emozionale; Diana, figlia unica e mai sposata, passò tutta la sua vita a catturare immagini del suo mondo, tesa a coglierne la bellezza, e con la ferma convinzione che in fondo in fondo bastava guardare con il giusto punto di vista.

Alla sua dipartita lasciò un patrimonio straordinario: oltre alle sue foto, gli esperti di Coutot-Roehrig consegnarono a una lontana cugina americana numerosi libri, macchine fotografiche professionali e d’epoca, filtri, obiettivi, cineprese, lampade e una camera oscura dove ancora alcuni rullini, in attesa di essere sviluppati, conservavano quella tenerezza che Diana rincorse per tutta un’esistenza.

La collezione di vinili: l’eredità di Sara

Alba, mezzodì, pomeriggio e tramonto.

Siamo partiti così, a misurare il tempo, osservando il sole.

Poi siamo passati ai cicli della Natura, estate, autunno, inverno e primavera.

Il tempo è un concetto astratto che da sempre affascina l’uomo: analizzato, sezionato, calcolato, misurato, ma sempre libero.

Tra le forme d’arte più popolari la musica rappresenta quella più antica e, prima ancora che l’uomo facesse la sua comparsa sulla Terra, aveva già il suo spazio nell’universo: cinguettio degli uccelli, versi di animali selvatici, fischio del vento, rumore delle onde sugli scogli, ticchettio delle gocce d’acqua sulle foglie.

Chissà se il primo uomo ha mai provato a battere le mani o i piedi sulla terra, per accompagnare quei suoni: forse il ritmo è nato così.

E da lì a una sequenza armonica di note il salto è infinitesimale, comparato alla storia del mondo, ma brevissimo se rapportato alla presenza dell’uomo su questo pianeta.

La straordinaria impresa di catturare letteralmente i suoni e le voci nel primo fonografo, deve averci dato l’impressione, in un qualche modo, di poter possedere il tempo, e forse ad affascinare così tanto Sara può essere stata proprio la sensazione di avere tra i suoi vinili un tesoro sempre a disposizione.

Primogenita di una famiglia benestante di Torino, Sara cresce accumulando tra i suoi ricordi più belli, quelli delle domeniche in cui il padre spolvera il giradischi meticolosamente, estrae dalla carta un poco sciupata il vinile della Madama Butterfly di Puccini o della Traviata di Verdi, e appoggia quella puntina miracolosa centrando perfettamente il solco, sorridendo ogni volta al suo rumore sordo e al leggero sibilo prima che parta il primo pezzo.

C’era una sorta di magia in quel rito, che Sara cercherà di ripetere per tutta la vita, e per lei non esisterà musica più bella di quella, anche se crescendo la sua collezione personale di dischi diventa interessante: inizia a scoprire i cantautori italiani, gli artisti che diventeranno i grandi classici della musica italiana, i musicisti stranieri e le band che hanno segnato un’epoca.

Non si era fermata a uno stile in particolare, ma non poteva rinunciare a quel gesto: spolverare il giradischi, sistemare il vinile, abbassare la puntina, e sedersi in poltrona sorridendo.

Sara si sposa con Giulio, inizia una nuova vita nell’attico con la grande terrazza fiorita che guarda dritta la Mole Antonelliana; ed è proprio da quella meraviglia di bosco sospeso che in certe sere d’estate e nei pomeriggi domenicali, arrivano le note di Puccini, Verdi, De André, il Quartetto Cetra, i Beatles e Luigi Tenco.

Giulio muore piuttosto giovane, in un tragico incidente, e forse Sara senza i suoi dischi non sarebbe riuscita ad affrontare quella lunga e dolorosa assenza, non avendo avuto nemmeno il tempo di progettare un figlio.

L’ha trovata la domestica, un lunedì mattina di inizio settembre, seduta sulla terrazza ancora fiorita, l’immancabile plaid sulle gambe, un sorriso di pace sul volto, e le note del coro muto della Butterfly.

Se n’era andata la signora della musica, si bisbigliò per un certo periodo nei negozi e sui balconi vicini, e per molto tempo si sentì la mancanza delle note che faceva risuonare tra le mura dei vecchi palazzi.

Gli esperti di Coutot-Roehrig, rintracciati i lontani cugini che vivevano in Svizzera, al momento dell’inventario dei beni di Sara non sono rimasti indifferenti alla collezione dei vinili, tra i quali anche quelli del padre.

ita e il cui sapore, irresistibile e terribilmente romantico, è l’espressione di un’esperienza musicale a molti sconosciuta.

“La vita sceglie la musica, noi scegliamo come ballarla”

John Galsworthy

L’inossidabile fascino del fumetto

L’immediatezza del disegno, semplice o ricco di dettagli, bianco e nero o a colori, e la magia delle storie raccontate e dei suoi personaggi, si legano indissolubilmente in una passione che spesso ha il sapore dell’infanzia, il batticuore dell’attesa, e il profumo della carta stampata.

Il fumetto accompagna i bambini e li fa rimanere tali, anche quando crescono e diventano uomini.

La realtà è che in quelle strisce che sembrano prendere vita, pur nella loro innegabile bidimensionalità, si scavalcano idiomi, si riducono distanze, si colmano solitudini e, talvolta, si acquietano paure.

Negli anni 60 si cresceva a fette di pane imburrato e avventure sui fumetti, con personaggi destinati a diventare dei beniamini, come Rin Tin Tin, Topolino, il signor Bonaventura, Sor Pampurio, Felix, Tex Willer e Tiramolla.

Guido era cresciuto così, diviso tra scuola, compiti e pomeriggi seduto sui gradini di casa, con un fumetto sulle ginocchia sbucciate, regalo del padre per essersi comportato bene: gli occhi sgranati sui tratti veloci, le dita a sfogliare con cura ogni pagina cento mille volte e la fantasia che galoppava senza confini.

Da piccolo lettore appassionato, Guido divenne, con gli anni, un vero e proprio collezionista, continuando a onorare quell’appuntamento settimanale a cui suo padre aveva dato il via, e realizzando una raccolta che, sebbene non preziosa, lo seguì nella sua casa di giovane sposo.

Brillante e impegnato imprenditore, Guido trovò sempre il tempo per sfogliare almeno uno dei suoi fumetti, tornando ogni volta a essere quel bambino con le ginocchia sbucciate, dalla risata spensierata e l’animo leggero.

Un giorno d’inverno, improvvisamente e inaspettatamente, la moglie Luigia lo lasciò.

Nemmeno il tempo di comprendere il dolore di quella perdita, e Guido la raggiunse.

Ebbero una vita intensa, senza figli, fatta di complicità e di un delicato equilibrio: quando Luigia si dedicava alle sue rigogliose piante, Guido si chiudeva nello studio e apriva un fumetto.

Gli esperti di Coutot-Roehrig si resero immediatamente conto di trovarsi in un piccolo mondo antico, che silenziosamente parlava di quei pomeriggi con la testa tra le nuvole, di occhi sgranati e di fette imburrate.

Perché spesso il valore di un’eredità sta nella personalità di chi se n’è andato: e Guido, in quella collezione apparentemente così infantile, ha lasciato di sé lo spessore di un uomo che sapeva tornare bambino, anche da anziano.

Angela

Angela e la sua collezione di vini

«Grande è la fortuna di colui che possiede una buona bottiglia, un buon libro, un buon amico»

Molière

Immaginate di compiere un viaggio, attraverso paesaggi diversi, fatti di natura, di persone, di tradizioni e di stagioni, seguendo una geografia olfattiva.

I profumi di un vino possono fare questo e altro.

Lo sapeva bene la signora Angela, che proprio nel vino aveva riposto le attenzioni di una vita, realizzando una collezione fatta di etichette pregevoli e di annate particolari: una cantina interessante, non eccezionale, ma sicuramente espressione di una passione verace e di una cultura non indifferente.

Sposata con un signore della Torino bene, la signora Angela avrebbe potuto collezionare abiti di alta sartoria o gioielli raffinati, ma decise che il valore della convivialità fosse di gran lunga superiore a quello intrinseco di un oggetto qualsiasi.

Cominciò ad appassionarsi ai vini della zona piemontese, imparando a riconoscerne i sentori, i vitigni, le caratteristiche che mutavano in base alle annate, poi i suoi interessi si estesero, grazie alla tipica curiosità che anima le menti brillanti, al mondo, desiderosa di scoprirne le meraviglie.

La piccola vetrina dove tenere alcune etichette da degustare e la cantina con la giusta umidità dove collezionare i piccoli capolavori provenienti da più parti d’Italia, furono il passo successivo: luoghi dove entrare in punta di piedi, quasi per non disturbare il sonno di alcuni vini, dove accarezzare con rispetto le bottiglie più pregiate e infine dove attingere per condividere quel mistero così antico con gli amici più cari.

Rimasta sola dopo la dipartita di Giuseppe, suo marito, la signora Angela ha continuato a viaggiare nella sua cantina ricordando i bei tempi che furono, le serate in compagnia e le feste con le tavole imbandite, fino a quando anche per lei, è giunto il momento di andare.

Agli eredi, i genealogisti di Coutot-Roehrig, hanno consegnato la chiave della cantina con i suoi vini e i suoi ricordi: piccolo ma pulsante luogo del cuore della signora Angela.

La vita spesso apre delle parentesi per poi chiudere dei cerchi: in questo caso uno dei nipoti della signora non solo possedeva una cascina, ma di mestiere faceva il viticoltore.

Il suo sguardo, alla vista di quella cantina, deve essersi illuminato e a noi piace pensare che la signora Angela riposi serena, tranquilla per le sorti della sua collezione.