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A grande richiesta torna il corso: “La Genealogia Successoria al servizio della Curatela Compiti e doveri del curatore dell’eredità giacente Adempimenti fiscali”. 

Dopo il grande successo della scorsa edizione, siamo felici di annunciare che abbiamo deciso di organizzare, con la preziosa collaborazione di Avvocatura Italiana una nuova data del nostro corso per soddisfare tutte le richieste rimaste insoddisfatte.

Lunedì 19 giugno a partire dalle ore 14.00, presso la sala Pia dell’ Università Lumsa di Roma torna il nostro corso “La Genealogia Successoria al servizio della Curatela Compiti e doveri del curatore dell’eredità giacente Adempimenti fiscali”.

Il corso affronterà in modo approfondito il tema della genealogia successoria e il ruolo fondamentale del curatore dell’eredità giacente.

I partecipanti avranno l’opportunità di acquisire competenze specifiche e conoscenze dettagliate sui compiti e doveri che un curatore deve affrontare durante il processo di gestione dell’eredità.

Durante l’evento, esperti nel campo della genealogia successoria e professionisti legali forniranno approfondimenti su questioni cruciali come l’identificazione degli eredi legittimi, la gestione delle proprietà ereditate e gli adempimenti fiscali correlati.

Saranno condivisi strumenti pratici, casi studio e informazioni di rilievo per affrontare con successo le sfide che possono emergere in questo ambito.

La sala Pia dell’Università Lumsa di Roma sarà la cornice ideale per un’esperienza di apprendimento interattiva e stimolante.

La partecipazione al corso offre un’opportunità unica di ampliare le proprie competenze e migliorare la propria pratica professionale nel campo della curatela e dell’eredità giacente.

Interverranno: Avv. Alessandro Graziani – Segretario Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Avv. Giorgio Lombardi – Segretario Consiglio Distrettuale Disciplina Corte d’Appello Roma, Avv. Antonella Sotira – Direttore Cancelleria Ufficio Successioni Tribunale di Roma, Avv. Sabrina Ruga – Curatore eredità giacente del Foro di Genova, Dott.ssa Micaela Capocchiano – Referente Coutot-Roehrig Lazio, Dott. Pasquale Edoardo Merlino – Notaio in Roma. Media l’Avv. Valeria Antonia Panella.

LVII Congresso Nazionale del Notariato – Genova

Il 5 e il 6 maggio si terrà a Genova, al Centro Congressi Magazzini del Cotone, il LVII Congresso Nazionale del Notariato. Una due giorni ricca di appuntamenti incentrati sul tema “Confronto sulla deontologia dai principi alla pratica”.

Noi ci saremo, per presentare la nostra società ai notai che ancora non ci conoscono.

La collaborazione con il notaio, infatti, è complementare: Coutot-Roehrig può fornire atti e certificati anagrafici per ricostruire una devoluzione ereditaria, può provare legami di parentela o attestare l’esistenza di eredi ignoti, mentre il notaio può redigere gli atti giuridici connessi alla successione efficacemente e senza pensieri.

La certezza delle ricerche è di fondamentale importanza per la corretta devoluzione del patrimonio del de cuius, così come l’atto di notorietà o la certificazione genealogica che siamo in grado di produrre. Il nostro supporto è totale, anche nel caso siano presenti eredi stranieri o successioni estere.

Il notaio, quale pubblico ufficiale, tutela tutte le parti in uguale misura garantendo l’imparzialità del suo operato. Anche in ambito successorio. Ma chi tutela il notaio in questo caso? Noi.

“Questo importantissimo Congresso è un’occasione per noi – commenta Nadia Spatafora, legale rappresentante per Coutot-Roehrig Italia – per raccontarci al mondo notarile. Siamo stati i primi in Italia ad introdurre la figura del genealogista successorio e con i nostri quasi 130 anni di esperienza siamo società leader del settore. Speriamo possa essere un momento di condivisione lavorativa, ma anche di festa: abbiamo in serbo molte sorprese!”

Vi aspettiamo il 5 e il 6 maggio MODULO 8 – STAND 5

 

Francesco Bellomo

Il ruolo del genealogista in materia di eredità giacente – Convegno AIAF VENETO

Il Percorso dell’eredità giacente: dall’apertura alla chiusura della procedura, questo il tema del convegno del 10 febbraio 2023 organizzato presso Palazzo Gualdo a Vicenza dall’AIAF VENETO, l’Associazione Italiana degli Avvocati per la Famiglia  e per i Minori, con il patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Vicenza, grazie al prezioso contributo dell’Avv. Veronica Peotta, ideatrice dell’evento, e che vede tra i suoi relatori il dottor Francesco Bellomo, genealogista di Coutot-Roehrig, oltre alla dottoressa Silvia Rossaro, Giudice Tutelare e delle Successioni del Tribunale di Vicenza, l’avvocato Sabrina Ruga, del Foro di Genova, e la dottoressa Carlotta Baruchello, Dottore Commercialista di Vicenza.

«Il ruolo del genealogista nel caso di una pratica di eredità giacente è fondamentale – puntualizza Francesco Bellomo – soprattutto nel caso in cui non vi sia un testamento e occorra trovare i successori legittimi del de cuius. Attraverso un puntiglioso lavoro di ricerca, il genealogista ne ricostruisce l’albero genealogico, individuando ascendenti, discendenti, collaterali e parenti fino al sesto grado, al fine di individuare gli eredi legittimi.

Il nostro ambito di ricerca spazia dagli archivi di stato civile, alle anagrafi, ai registri parrocchiali, fino a quelli matricolari; talvolta anche i registri di imbarco dei piroscafi carichi di emigranti diretti nelle Americhe ci sono tornati utili.

La ricostruzione di un albero genealogico richiede infatti molta pazienza e un’ottima dose di intuizione, visto che non sempre i riscontri delle fonti “istituzionali” (comuni e archivi di stato civile)  sono precisi, magari perché negli anni molti documenti sono andati distrutti o dispersi a causa di guerre, terremoti o incendi, oppure a causa di errori di trascrizione, che ai tempi erano frequenti.Tutto ciò esige una preparazione  e una professionalità particolare nel genealogista.

Consultare, ricercare, approfondire e indagare fanno parte del nostro operato, indispensabile per coadiuvare i curatori incaricati nell’individuazione dei legittimi successori con assoluta certezza giuridica.

Ogni ricerca svolta nell’ambito di un’eredità giacente o più in generale di una successione – precisa Francesco Bellomo – ha risvolti giuridici importanti e la figura del genealogista successorio, proprio per il ruolo che riveste, diventa di straordinario rilievo.

Un convegno come questo organizzato dall’AIAF VENETO, che ringrazio per l’opportunità concessaci, è un’ottima occasione per condividere con gli addetti ai lavori (curatori in primis) informazioni ed esperienze, grazie anche alla vasta aneddotica a disposizione di Coutot Roehrig e  alla professionalità che in tantissimi ci riconoscono, con l’ambiziosa finalità di attribuire alla materia successoria (spesso considerata di “serie B”) una maggiore “dignità giuridica”.

Il Convegno, a partecipazione gratuita, riconosce 3 crediti formativi in materia non obbligatoria

RAMI: un talk che parla di storie, di genealogia, di famiglie ritrovate e di eredità

Martedì 20 dicembre , nella splendida cornice del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, ospitato all’interno della Commenda di San Giovanni di Prè, parleremo di RAMI: quelli che compongono ogni albero genealogico.

Attraverso la ricerca genealogica, il genealogista successorio entra nei meandri più nascosti di ogni famiglia, ne scopre lettere, foto, memorie e ne va a capire i rami, appunto, facendosi portatore del ricongiungimento di passato e presente. Diventando artefice e testimone della meraviglia degli attuali parenti, che spesso, ignorano i loro avi, l’origine della propria dinastia e soprattutto l’eredità.

Al centro di “RAMI – un talk che parla di storie, di genealogia, di famiglie ritrovate e di eredità” ci sono proprio loro, i rami, tanti, intrecciati, che compongono ogni albero genealogico, specchio, con le loro dinamiche intime e private, della storia che scorre.

“L’iniziativa – dichiara Nadia Spatafora – si muove all’interno di un progetto più ampio che intende fare di Coutot-Roehrig un mezzo di divulgazione culturale genovese. Grazie a diverse attività, che comprenderanno anche una collaborazione per il 2023 con il MEI in via di definizione, intendiamo contribuire a far conoscere le tante realtà culturali genovesi, come in questo caso, il bellissimo museo che ci ospita per questo evento. Una realtà che ci sta particolarmente a cuore viste le grandi affinità che ci uniscono”.

Insieme a Nadia Spatafora, legale rappresentante per l’Italia di Coutot-Roehrig, ci saranno Raffaella Ponte, storica e archivista e la giornalista Francesca Berardi.

Un’occasione, in ultimo, per parlare della nuova mini-serie podcast RAMI, prodotta da Chora Media e promossa da Coutot Roehrig, disponibile a partire da mercoledì 21 dicembre sulle piattaforme audio free (Spotify, Apple Podcast, Spreaker, Google Podcasts) con un nuovo episodio ogni giorno fino al 23 dicembre.

Nell’arco delle tre puntate, la giornalista Francesca Berardi, racconterà le storie di diverse eredità e delle relative famiglie. Protagonisti i genealogisti che le hanno ricongiunte. Storie che partono da Genova e da altre città italiane per arrivare, in alcuni casi, a toccare luoghi stranieri, quasi a ripercorrere quelle vecchie rotte dei nostri antenati alla ricerca di fortuna.

 

Ringraziamento da un erede: l’aspetto umano della nostra professione

Abbiamo deciso di dedicare questo spazio ai ringraziamenti più belli, perché il. ringraziamento da un erede ci ricorda sempre l’aspetto umano della nostra professione

“Buongiorno avvocato,

Le comunico di aver ricevuto oggi stesso il bonifico da parte vostra.

Ringrazio Lei e tutta l’équipe per la competenza e l’efficienza dimostrata riguardo alla mia persona e al mio dossier.

Complimenti e buona giornata!”

 

Comunicazioni di questo tipo non sono rare, ma ogni volta ci emozionano eppure ci riportano all’aspetto umano della nostra professione.

Occuparsi di genealogia e di eredità non è solo conoscere la legge e sapersi districare tra gli archivi, ma è soprattutto ricongiungere persone che si erano perse nel tempo o che addirittura non si erano mai conosciute.

Gli incontri con coloro che entreranno in possesso dell’eredità di un lontano parente, spesso iniziano con perplessità o diffidenza, ma si chiudono sempre con riconoscenza e gratitudine.

La signora Carmen: l’eredità di Luisa

Carmen ogni tanto chiude gli occhi.

Non vuole distrazioni per tornare a quelle estati degli anni 30, trascorse alle pendici delle colline torinesi, tra il frinire delle cicale e i rintocchi puntuali delle campane della chiesa del paese.

Quando ci ripensa, si ritrova ancora seduta sul portapacchi della bicicletta della mamma, che cingeva in vita con le braccia abbronzate, divertita dai sobbalzi e dagli scatti in velocità nelle discese, ma soprattutto dagli sguardi d’intesa con Luisa, la sua cuginetta.

Anche lei sistemata sul portapacchi della bici della zia, le faceva la linguaccia a ogni sorpasso, con aria di sfida. Era così che si arrivava al santuario di Don Bosco, con il cesto del picnic e il cuore gonfio di entusiasmo: per Carmen e Luisa, inseparabili, quelle erano le gite più belle e spensierate della loro infanzia.

Poi il tempo compie accelerazioni bizzarre, proprio come quelle biciclette in discesa, e in un attimo Carmen è una donna adulta, incontra l’amore della sua vita, e si trasferisce a Lisbona: inizia una nuova puntata dell’esistenza, quella in cui è sposa e madre felice, e di lì a poco, in un’accelerazione ancor più sorprendente, nonna.

Di Luisa, che a sua volta si è fatta una famiglia ed è rimasta a vivere sulle colline torinesi, ha perso i contatti ma non l’immagine di quello sguardo birichino e delle guance rosse per il caldo.

Carmen morde la vita con lo stesso entusiasmo di quando era bambina: a dispetto degli anni che scorrono veloci, riempie le sue giornate di progetti e sogni, trascorre lunghi periodi in Belgio, dove la figlia si è trasferita una volta sposata, e quando è nel suo appartamento a Lisbona, seduta in poltrona a sfogliare gli album dei ricordi, chiude gli occhi ed è a respirare polvere e risate sulla bicicletta della mamma.

In questa piena e serena esistenza, Carmen non si aspetta di certo una visita di Coutot-Roehrig. I genealogisti la trovano, dopo averla rincorsa per mezza Europa e le comunicano una notizia inattesa: Luisa non c’è più, ha lasciato la vita terrena, e lei risulta tra i suoi legittimi eredi.

Riapre con grande affetto e nostalgia l’album dei ricordi, per recuperare ciò che manca: cosa è successo, dopo gli anni spensierati delle gite al santuario, alla sua amata cuginetta?

Carmen riempie così le pagine bianche, passeggia mano nella mano con i genealogisti di Coutot-Roehrig, immagina Luisa cresciuta, moglie e mamma, ripercorrere quelle strade polverose e assolate degli anni 30.

La sua non è tristezza, ma riconoscenza: scoprirsi eredi, spesso aiuta a chiudere un cerchio affettivo e familiare rimasto tanto tempo in sospeso.

Ora Carmen, quando chiude gli occhi, può vedere la sua Luisa farle ancora la linguaccia, come a dirle: ti ho superato ancora.

 

La canzone di Rodolfo: una storia di amicizia

Era ancora giovane il signor Rodolfo, aveva da poco compiuto i 65 anni, ma sembrava portare sulle spalle ricurve il peso di due vite, sebbene paradossalmente non ne aveva vissuta intensamente nemmeno una.

Cresciuto all’ombra severa di una madre soffocante, Rodolfo passò i primi 30 anni chiuso in un nido irto di spine, totalmente ignaro di quello che succedeva nel mondo; solo alla scomparsa del suo unico punto di riferimento iniziò ad affacciarsi timidamente alla vita, e incontrò lei, Giselle.

Venne letteralmente travolto dalla sua fame di vita, dai suoi occhi verdi che si mangiavano le cose, dalla sua risata che metteva scompiglio e da quelle mani affusolate, piene di anelli, che cercavano le sue.

Un amour fou, per Rodolfo, forse solo un’avventura estiva, per Giselle, che quando lui partì sul treno  per Bordeaux, con quel buffo berretto calato sulla fronte, lo salutò dicendo: adieu.

Non la dimenticò mai, nemmeno quando iniziò a viaggiare per il mondo alla scoperta di quella vita che non riuscì mai, fino in fondo, a comprendere, e nemmeno quando cercò in altre donne le sue amabili carezze.

Giselle gli aveva lasciato un pozzo di ricordi in cui affogare il cuore, insieme a un disco che ascoltò fino allo sfinimento.

Quel tono scanzonato di Fernandel e le parole taglienti di Je me mens, diventarono un abito che Rodolfo indossò fino alla sua morte, perché anche lui, che in maniera scanzonata girava il mondo, alla fine non faceva che mentire a sé stesso, con l’allegria di chi nascondeva un’anima profondamente ferita.

Rientrò definitivamente in Italia, in quella casa all’ultimo piano, divenne sempre più scontroso, introverso, deluso da quel debito di felicità che la vita aveva nei suoi confronti, e iniziò a scrivere di lei, di Giselle, per tenerne vivo il ricordo ed evitare che sbiadisse in quella solitudine.

Michele arrivò alla fine di un’estate interminabile.

Studiava al Politecnico, era originario di Palermo e aveva risposto all’annuncio del pied-à-terre vicino all’Università, quello che Rodolfo aveva avuto in eredità dalla madre.

Gli era piaciuto subito, amava quel fare gentile e poco invadente, era puntuale con le mensilità e di tanto in tanto gli portava una risma di carta per la stampante o una confezione di caffè appena macinato.

Visite brevi, che diventarono appuntamenti fissi e, infine, chiacchierate tra amici: a vederli insieme, in inverno seduti davanti alla grande stufa a legna, e in estate all’ombra del glicine del terrazzo, sarebbero sembrati padre e figlio.

Ma dire chi fosse l’uno e chi l’altro, talvolta era impossibile.

Quel pomeriggio di febbraio furono i vicini del piano di sotto a dire a Michele che Rodolfo era stato portato in ospedale e che, se voleva vederlo, doveva fare presto, perché era sembrato a tutti molto grave.

Michele non fece in tempo, quando arrivò affannato con le gambe che tremavano, una giovane infermiera gli disse solo “Mi dispiace, non ha superato la crisi”.

Rodolfo se ne andò così, da solo, con quel motivo di Fernandel nella testa, gli occhi di Giselle nel cuore, il sole di quell’estate straordinaria sulla pelle.

Coutot-Roehrig individuò i suoi eredi, che nulla sapevano del lontano cugino, ma successe anche un fatto inconsueto: Michele, desideroso di acquistare l’appartamento dove aveva vissuto da giovane studente, contattò gli esperti che avevano curato la successione del signor Rodolfo, e oggi, quel pied-à-terre, è diventato la sua casa.

I tesori, qualche volta, non sono fatti di oggetti preziosi o proprietà prestigiose, ma hanno il sapore dell’amicizia e della gratitudine, e proprio per questo sono ancora più rari.

La storia di Cecilia e il suo violino

I violini possono prestarsi a una folla di sfumature in apparenza inconciliabili. Essi hanno la forza, la leggerezza, la grazia, l’accento triste e gioioso, il sogno e la passione (…). Il violino è la vera voce femminile dell’orchestra, voce passionale e casta allo stesso tempo, straziante e dolce, che piange e grida e si lamenta, o canta e prega e sogna, o esplode in accenti di gioia, come nessuno altro potrebbe fare.
(Hector Berlioz)

I primi giochi di Cecilia furono dei pennelli e una tavolozza di tempere.

Fausto, il padre, cullò per molto tempo il desiderio di trasmetterle la sua arte di stimato pittore, e non demorse nemmeno quando scoprì che la giovane figlia, nelle ore dedicate al cavalletto, fuggiva di soppiatto sul balcone, per ascoltare la vicina di casa suonare il pianoforte.

Si arrese solo quando, dopo anni, la sentì suonare nella piccola orchestra scolastica e capì che Cecilia era una vera artista, come lui, ma che aveva scelto un’altra forma di espressione.

Il primo violino fu un regalo del nonno materno, proveniva dai mastri liutai di Cremona ed era di seconda mano: ma Cecilia, ogni volta che apriva la custodia e sentiva quel profumo di cera e velluto un po’ consumato, si sentiva la bambina più felice del mondo.

Sinfonie, sonate ed esercizi ripetuti all’infinito diventarono per lei un mondo irresistibile dove rifugiarsi ogni giorno: non si può certo dire che Cecilia fosse una bambina prodigio, ma sicuramente crebbe virtuosa e appassionata, fino a diventare una musicista professionista.

Dedicò la sua vita all’orchestra in cui suonava, senza mai sposarsi, e immolandosi totalmente al suo primo e unico amore: il violino.

Cecilia si spense in età avanzata, tra i suoi spartiti e i quadri di suo padre che la ritraevano, ancora bambina, alle prese con le sue prime esibizioni: lo sguardo enigmatico, il volto rilassato e quell’espressione tra il divertito e il pensieroso.

Si dice che mentre la Gioconda posava nello studio di Leonardo, per tutto il tempo vi fosse musica per archi e che il suo celebre sorriso fosse, alla fine, un riflesso del suono di quelle melodie.

Forse Fausto riuscì a cogliere l’estasi artistica della figlia, o molto più semplicemente cercò, a suo modo, di esprimerne il talento, seppure ancora acerbo.

Gli eredi di Cecilia, rintracciati da Coutot-Roehrig, ricordano di quell’uomo gli amabili tratti e il carattere gioviale, ma è della violinista che serberanno per sempre quell’immagine elegante e armoniosa.

 

Diana la fotografa di Venezia

«Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere».

Robert Doisneau

Zio Mario la faceva sedere distante, in modo che non lo disturbasse nella fase più delicata del suo lavoro, quando il vetro iniziava a prendere forma e occorreva essere veloci, forgiare senza esitazione.

Diana osservava in silenzio, con pazienza, sapendo che subito dopo sarebbe stata premiata con una piccola murrina colorata.

Forse la passione di guardare il mondo attraverso una lente nacque proprio in quei pomeriggi a Murano, nell’antica bottega dello zio, dove avvenivano due magie: quella della creazione di piccoli capolavori, e quella di osservare il cielo, i canali, le gondole che li attraversavano scivolando leggere e i volti delle persone che camminavano nelle calli incassate tra i palazzi, provando una rassicurante gentilezza.

La scoperta della prima macchina fotografica fu per Diana come arrivare in una terra inesplorata, con l’entusiasmo di avanzare coraggiosamente in sentieri non ancora tracciati o percorsi da pochi e fortunati eletti.

Non le bastarono più le murrine dello zio Mario: il mondo vero e gentile che desiderava osservare, poteva essere catturato e mostrato a tutti, quale prova inconfutabile che davvero esisteva.

Iniziò a frequentare lo studio del signor Alvise, un caro amico del padre, che le spiegò come la rifrazione della luce nelle pozzanghere poteva disegnare il volo dei piccioni con estrema grazia, o come il sorriso estasiato dei turisti in Piazza San Marco potesse illuminare la più buia delle giornate.

A Diana piaceva scovare le emozioni dove sembrava non ve ne fossero e il suo sguardo su Venezia e sulle persone aveva il sapore di un sogno magnifico, di quelli che si portano addosso anche da svegli, perché fanno sentire bene.

L’allieva superò il maestro, sviluppando uno stile originale, innovativo ma estremamente emozionale; Diana, figlia unica e mai sposata, passò tutta la sua vita a catturare immagini del suo mondo, tesa a coglierne la bellezza, e con la ferma convinzione che in fondo in fondo bastava guardare con il giusto punto di vista.

Alla sua dipartita lasciò un patrimonio straordinario: oltre alle sue foto, gli esperti di Coutot-Roehrig consegnarono a una lontana cugina americana numerosi libri, macchine fotografiche professionali e d’epoca, filtri, obiettivi, cineprese, lampade e una camera oscura dove ancora alcuni rullini, in attesa di essere sviluppati, conservavano quella tenerezza che Diana rincorse per tutta un’esistenza.

La collezione di vinili: l’eredità di Sara

Alba, mezzodì, pomeriggio e tramonto.

Siamo partiti così, a misurare il tempo, osservando il sole.

Poi siamo passati ai cicli della Natura, estate, autunno, inverno e primavera.

Il tempo è un concetto astratto che da sempre affascina l’uomo: analizzato, sezionato, calcolato, misurato, ma sempre libero.

Tra le forme d’arte più popolari la musica rappresenta quella più antica e, prima ancora che l’uomo facesse la sua comparsa sulla Terra, aveva già il suo spazio nell’universo: cinguettio degli uccelli, versi di animali selvatici, fischio del vento, rumore delle onde sugli scogli, ticchettio delle gocce d’acqua sulle foglie.

Chissà se il primo uomo ha mai provato a battere le mani o i piedi sulla terra, per accompagnare quei suoni: forse il ritmo è nato così.

E da lì a una sequenza armonica di note il salto è infinitesimale, comparato alla storia del mondo, ma brevissimo se rapportato alla presenza dell’uomo su questo pianeta.

La straordinaria impresa di catturare letteralmente i suoni e le voci nel primo fonografo, deve averci dato l’impressione, in un qualche modo, di poter possedere il tempo, e forse ad affascinare così tanto Sara può essere stata proprio la sensazione di avere tra i suoi vinili un tesoro sempre a disposizione.

Primogenita di una famiglia benestante di Torino, Sara cresce accumulando tra i suoi ricordi più belli, quelli delle domeniche in cui il padre spolvera il giradischi meticolosamente, estrae dalla carta un poco sciupata il vinile della Madama Butterfly di Puccini o della Traviata di Verdi, e appoggia quella puntina miracolosa centrando perfettamente il solco, sorridendo ogni volta al suo rumore sordo e al leggero sibilo prima che parta il primo pezzo.

C’era una sorta di magia in quel rito, che Sara cercherà di ripetere per tutta la vita, e per lei non esisterà musica più bella di quella, anche se crescendo la sua collezione personale di dischi diventa interessante: inizia a scoprire i cantautori italiani, gli artisti che diventeranno i grandi classici della musica italiana, i musicisti stranieri e le band che hanno segnato un’epoca.

Non si era fermata a uno stile in particolare, ma non poteva rinunciare a quel gesto: spolverare il giradischi, sistemare il vinile, abbassare la puntina, e sedersi in poltrona sorridendo.

Sara si sposa con Giulio, inizia una nuova vita nell’attico con la grande terrazza fiorita che guarda dritta la Mole Antonelliana; ed è proprio da quella meraviglia di bosco sospeso che in certe sere d’estate e nei pomeriggi domenicali, arrivano le note di Puccini, Verdi, De André, il Quartetto Cetra, i Beatles e Luigi Tenco.

Giulio muore piuttosto giovane, in un tragico incidente, e forse Sara senza i suoi dischi non sarebbe riuscita ad affrontare quella lunga e dolorosa assenza, non avendo avuto nemmeno il tempo di progettare un figlio.

L’ha trovata la domestica, un lunedì mattina di inizio settembre, seduta sulla terrazza ancora fiorita, l’immancabile plaid sulle gambe, un sorriso di pace sul volto, e le note del coro muto della Butterfly.

Se n’era andata la signora della musica, si bisbigliò per un certo periodo nei negozi e sui balconi vicini, e per molto tempo si sentì la mancanza delle note che faceva risuonare tra le mura dei vecchi palazzi.

Gli esperti di Coutot-Roehrig, rintracciati i lontani cugini che vivevano in Svizzera, al momento dell’inventario dei beni di Sara non sono rimasti indifferenti alla collezione dei vinili, tra i quali anche quelli del padre.

ita e il cui sapore, irresistibile e terribilmente romantico, è l’espressione di un’esperienza musicale a molti sconosciuta.

“La vita sceglie la musica, noi scegliamo come ballarla”

John Galsworthy